Politica Italiana: 2018

di Eugenio Trevissoi

Июнь 30, 2018



In 70 giorni la politica in Italia è cambiata più che in 70 anni. Le elezioni del marzo scorso hanno sancito il trionfo del Movimento 5 Stelle (M5S), che ha raccolto il 32% dei voti, e della Lega, primo partito di una coalizione di centro destra grazie al suo 17%. E ora al governo del paese ci sono questi due partiti.

Per comprendere l’effettivo significato di questi risultati e la loro portata, occorre prima guardare brevemente alla storia e all’identità attuale di queste due formazioni. La nascita del M5S è relativamente recente: la sua fondazione risale al 4 ottobre 2009 ad opera del comico Beppe Grillo, ma la prima partecipazione alle elezioni politiche nazionali è datata 2013. Sin dall’inizio, le idee del movimento si sono basate su un radicale rinnovamento della scena politica, cavalcando l’onda del dissenso popolare originato dagli anni di crisi e difficoltà economiche da cui nessuno dei partiti tradizionali è riuscito a liberare del tutto il paese. La linea ricalca quella tipica di un partito di opposizione, schierato contro la corruzione e gli sprechi attribuiti alla classe dirigente, ma il consenso attorno al movimento si è consolidato rapidamente fino a farne ad oggi il primo partito in Italia, con leader Luigi Di Maio. La Lega affonda le sue radici più in là nel tempo, precisamente nel 1989, quando fu fondata da Umberto Bossi con il nome di Lega Nord. Per molti anni vincolata alla parte settentrionale della penisola e schierata contro l’inefficiente e arretrato sud Italia, la Lega ha subito di recente un processo di rinnovamento, soprattutto dopo l’entrata in scena come segretario (2013) ecapo del partito di Matteo Salvini. E' stata abbandonata la vecchia linea anti-meridionale (nel 2017 è stato definitivamente rimosso “Nord” dal nome) consentendo di allargare notevolmente il consenso, spostando l’oggetto delle accuse sugli immigrati e sull’Unione Europea, dalla quale la Lega auspica l’uscita.

La vittoria di questi due schieramenti alle ultime elezioni ha dato il via alle trattative per formare il governo (nessuno dei partiti avrebbe infatti, da solo, la maggioranza). Seppur in passato il M5S avesse affermato, soprattutto per bocca di Di Maio, la volontà di evitare un accordo con la Lega, alla fine ha prevalso la necessità di formare un governo stabile evitando nuove elezioni.

A questo accordo ha contribuito il rifiuto del Partito Democratico (PD) di Matteo Renzi, che aveva raggiunto il 18%, di allearsi col Movimento dopo la vittoria di quest’ultimo, preferendo il ruolo di opposizione.

Le trattative sono durate quasi tre mesi e hanno avuto momenti di grande tensione: a fine maggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva infatti posto il veto sul ministro dell’economia proposto dai due partiti, l’economista e anti-Euro dichiarato Paolo Savona. Ne è scaturita una crisi istituzionale che ha rischiato seriamente di far crollare ogni possibilità che il nuovo governo vedesse la luce, con Di Maio che ha addirittura minacciato l’impeachment ai danni del presidente Mattarella. Alla fine però la situazione siè ricomposta, e il governo si è finalmente formato a giugno, con Giuseppe Conte (un professore di diritto fino ad ora estraneo alla scena politica) scelto come presidente del consiglio e Savona dirottato dal ministero dell’economia (andato invece a Giovanni Tria) a quello degli affari europei. Salvini e Di Maio, artefici e reali guide del nuovo assetto politico, sono andati a ricoprire rispettivamente la carica di ministro degli Interni e del Lavoro. Entrambi sono anche vicepremier.

La linea del neonato governo sulla politica estera risente inevitabilmente della rigida posizione della Lega, schierata a fianco della Russia di Putin (è infatti favorevole alla rimozione delle sanzioni europee contro Mosca) e agli Stati Uniti di Trump, nonché decisamente ostile nei confronti dell’Unione europea e in generale dei governi moderati nel continente. I 5 stelle non sono altrettanto intransigenti, soprattutto nei confronti dell’UE, ma condividono in linea di massima la strategia leghista. Nessuno dei due partiti ritiene comunque l’Italia abbastanza forte da avviare una vera e propria uscita dall’euro, che ad oggi avrebbe ripercussioni deflagranti sull’economia del paese. Un possibile “Italexit” appare quindi molto lontano, anche se non è da escludere che in futuro, se il governo riuscirà a mantenersi saldo e in accordo, si possa decidere di imboccare questa strada.

Il piano economico prevede una riforma fiscale volta a rilanciare l’economia, imperniata sull’introduzione della flat tax, spinta soprattutto dalla Lega. Un provvedimento che tuttavia ridurrebbe la pressione fiscale solo per le fasce benestanti della popolazione, oltre a rendere necessario un taglio alle spese pubbliche che possa bilanciare la riduzione di entrate fiscali. In quest’ottica si chiede l’abbandono di grandi lavori pubblici per le infrastrutture, come il progetto della linea ad alta velocità con la Francia (peraltro già approvato dai governi precedenti e di cui sono già avviati i lavori).

Per quanto riguarda l’immigrazione, la Lega è pronta a far valere la propria linea estremamente dura, che ha giocato in fase di propaganda un ruolo fondamentale nel successo del partito. Salvini ha dimostrato, da questo punto di vista, di non voler fare passi indietro una volta al governo, negando alle navi ONG cariche di migranti l’accesso ai porti italiani. La recente vicenda dell’Aquarius ne è la prova: il ministro dell’interno ha infatti respinto la richiesta della nave, carica di 629 africani al largo del Mediterraneo, di attraccare nella penisola, costringendola di fatto a prolungare il proprio soggiorno in mare aperto in attesa che un altro paese si offrisse di farsi carico dello sbarco. L’episodio ha ricevuto generale condanna dalle altre nazioni europee, anche da parte di chi, come la Francia, non si è certo dimostrato fino a qui più morbido in tema di accoglienza e immigrazione. L’Aquarius ha comunque ricevuto, dopo il rifiuto di Malta, l’autorizzazione ad attraccare nel porto di Valencia. Salvini ha già ribadito che la condotta tenuta dall’Italia nel caso Aquarius verrà reiterata anche in futuro, lanciando dunque un chiaro messaggio non solo alle associazioni ONG che si occupano del salvataggio e del trasporto dei migranti ma anche alle altre nazioni d’Europa.

Anche in tema di sicurezza si preannunciano svolte decise, con l’intenzione (sempre caldeggiata dalla Lega) di dare più potere alle forze di polizia. Inoltre si chiede una riforma giudiziaria sulla legittima difesa, rendendola applicabile a più situazioni e soprattutto in caso di violazione di domicilio, dove la posizione del ladro è ritenuta troppo tutelata. La Lega è anche favorevole ad estendere la possibilità di uso e possesso di armi da parte dei cittadini, sempre per ragioni di difesa personale.

Si può dunque desumere che l’orientamento del nuovo governo tenda decisamente a destra, con posizioni anche estreme come nel caso di sicurezza e immigrazione. Ciò è dovuto ovviamente alla forte presenza della Lega, che si identifica come partito di destra non moderato, mentre resta complessa la collocazione politica del M5S. I due partiti hanno però in comune la connotazione populista, e il loro successo segna una spaccatura senza precedenti rispetto alla storia della politica in Italia. Esso è infatti sintomatico della crisi dei partiti tradizionali, e in generale dei moderati, che hanno governato il paese sostanzialmente dal dopoguerra fino a oggi. Negli ultimi 25 anni il potere si era alternato dalle mani del centrodestra, con Forza Italia, a quelle del centrosinistra, incarnato dal PD.

Entrambi pagano però il declino dei loro leader: Berlusconi, che ha guidato Forza Italia sin dagli anni novanta, è ormai anziano e indebolito dalle condanne giudiziarie subite negli anni e dalle ombre che queste hanno gettato sulla sua figura di politico-imprenditore. Renzi, a capo del PD da fine 2013, ha concluso la propria presidenza del consiglio (durata dal 2014 al 2016) con le dimissioni dovute al fallimento del referendum costituzionale da lui proposto. Il consenso attorno alla sua figura è andato sempre più sgretolandosi, e ora il partito paga l’incapacità di trovare un successore credibile. In questo scenario di incertezza, Lega e soprattutto M5S sono riusciti a catalizzare il malcontento delle classi medie e operaie, fornendo nemici tangibili a un’opinione pubblica in cerca di qualcuno su cui addossare le colpe della difficile situazione sociale ed economica in cui il paese si dibatte ormai da molti anni. Da qui l’insistenza leghista nell’attaccare immigrati e clandestini, con slogan ad effetto quali “stop invasione” e “ruspa”, e quella dei 5 stelle nel criticare la classe dirigente che ha detenuto il potere in tempi recenti, definita una “casta” da estirpare. La scelta degli italiani va quindi letta come uno spasmodico desiderio di cambiamento e di rinnovamento, dovuto al crollo della fiducia nei partiti e nei valori tradizionali. Da questo punto di vista è significativo il capovolgimento dell’orientamento politico della classe operaia, un tempo indissolubilmente legata agli schieramenti di sinistra e ora invece quasi totalmente schierata con la Lega o con il Movimento 5 stelle, che hastrappato al PD anche molti voti della borghesia.

Il futuro della politica italiana dipenderà quindi dall’operato dei due partiti ora al governo, e soprattutto dalle scelte del M5S. Quest’ultimo ha infatti una base di consenso piuttosto eterogenea e delle posizioni ancora ambigue in alcuni punti. La chiave per il consolidamento sarà riuscire a governare senza scontentare le varie frange del proprio elettorato, e soprattutto operare quel cambiamento rispetto ai vecchi gruppi politici da loro tanto propagandato.